Di Pesach Benson • 3 novembre 2026

Gerusalemme, 3 novembre 2026 (TPS-IL) — Ricercatori israeliani hanno identificato un processo cellulare che influenza il modo in cui le cellule si proteggono dalle proteine danneggiate, aprendo una potenziale nuova via per lo studio di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e l’Huntington.

I risultati potrebbero indicare un approccio diverso per combattere queste malattie: invece di colpire direttamente le proteine dannose, i ricercatori potrebbero in futuro essere in grado di rafforzare le difese naturali della cellula contro l’accumulo di proteine. La scoperta potrebbe anche aiutare a spiegare perché queste difese si indeboliscono con l’età, rendendo il cervello più vulnerabile alle malattie neurodegenerative.

La malattia di Alzheimer è un disturbo cerebrale progressivo e la causa più comune di demenza, che compromette la memoria, il pensiero e il funzionamento quotidiano. La malattia di Huntington è un disturbo neurologico ereditario che causa la progressiva degenerazione delle cellule nervose, portando a movimenti involontari, declino cognitivo e sintomi psichiatrici. Entrambe sono associate all’accumulo anomalo di proteine nel cervello.

In esperimenti che hanno coinvolto vermi microscopici, i ricercatori hanno scoperto che la riduzione dell’attività di un processo chiamato UFMilazione ha rafforzato diverse difese naturali contro le proteine danneggiate e mal ripiegate, aiutando gli animali a resistere alle proteine dannose associate a entrambe le malattie.

L’UFMilazione è un processo in cui le cellule legano una piccola proteina chiamata UFM1 ad altre proteine, modificandone il funzionamento. Sebbene svolga un ruolo importante nella normale attività cellulare, i suoi effetti più ampi sull’invecchiamento e sul controllo di qualità delle proteine sono rimasti finora poco chiari.

L’intervento ha ridotto la paralisi in un modello di malattia di Alzheimer, ha migliorato il movimento in un modello di malattia di Huntington e ha esteso la durata della vita dei vermi di circa il 13 percento.

I risultati, pubblicati sulla rivista sottoposta a revisione paritaria Nature Communications, offrono nuove indicazioni su come l’invecchiamento influenzi i sistemi cellulari responsabili del mantenimento della salute delle proteine.

Lo studio è stato guidato dal prof. Ehud Cohen dell’Institute for Medical Research Israel-Canada presso la Facoltà di Medicina dell’Università Ebraica di Gerusalemme, in collaborazione con ricercatori del National Institute of Biological Sciences di Pechino, in Cina.

Le proteine svolgono funzioni essenziali in tutto il corpo, ma devono mantenere la forma corretta per funzionare adeguatamente. Le cellule si affidano a sistemi di controllo di qualità per garantire che le proteine si ripieghino correttamente e che quelle danneggiate o mal ripiegate vengano riparate o rimosse. Questi sistemi diventano meno efficienti con l’avanzare dell’età, consentendo alle proteine anomale di accumularsi e formare aggregati dannosi.

Testare le difese cellulari

Per studiare il ruolo dell’UFMilazione, i ricercatori hanno utilizzato il *Caenorhabditis elegans*, un verme microscopico comunemente impiegato nella ricerca sull’invecchiamento. Hanno studiato vermi ingegnerizzati per produrre beta-amiloide, una proteina associata all’Alzheimer, e altri che producevano proteine anomale simili a quelle coinvolte nella malattia di Huntington. Questi modelli consentono agli scienziati di studiare i processi cellulari legati alla malattia, sebbene i vermi non sviluppino di per sé le patologie umane.

La riduzione dell’UFMilazione ha reso i vermi più resistenti a entrambi i tipi di proteine dannose. Nel modello dell’Alzheimer, la paralisi, utilizzata per misurare gli effetti tossici delle proteine, è risultata inferiore di circa il 35 percento entro il 12° giorno dell’età adulta rispetto ai vermi non trattati dello stesso ceppo.

L’intervento ha inoltre migliorato il movimento nei vermi che trasportavano proteine di tipo Huntington, compresi gli esperimenti che coinvolgevano proteine prodotte nelle cellule nervose. Tra i vermi che trasportavano proteine tossiche, la riduzione dell’UFMilazione ha esteso la durata della vita di circa il 13 percento rispetto agli animali non trattati.

Ulteriori esperimenti hanno dimostrato che la riduzione dell’UFMilazione ha migliorato il controllo di qualità delle proteine di nuova produzione, ha ridotto gli aggregati proteici dannosi e ha aumentato la degradazione e la rimozione delle proteine danneggiate.

Ciò suggerisce che l’UFMilazione regoli diverse parti del macchinario cellulare responsabile del mantenimento di proteine sane, anziché influenzare una sola proteina legata alla malattia.

«Con l’avanzare dell’età, le nostre cellule diventano meno efficaci nel gestire le proteine danneggiate e mal ripiegate, e questo è strettamente connesso a malattie come l’Alzheimer e l’Huntington», ha affermato Cohen. «Quello che abbiamo scoperto è che la modifica dell’attività dell’UFMilazione può rafforzare la capacità della cellula di far fronte a queste proteine dannose».

I ricercatori hanno anche identificato 155 proteine influenzate dall’UFMilazione, tra cui diverse coinvolte nell’invecchiamento e nel mantenimento di reti proteiche sane. Alcune sono diventate più fortemente modificate con l’invecchiamento dei vermi, mentre altre lo sono diventate meno, suggerendo che il processo cambi nel corso della vita di un organismo.

Tuttavia, gli esperimenti con cellule umane hanno rivelato un’importante complicazione: l’eliminazione completa dell’UFMilazione ha compromesso la loro capacità di gestire le proteine danneggiate. Qualsiasi potenziale trattamento dovrebbe quindi regolare attentamente il processo anziché bloccarlo del tutto.

«Siamo ancora lontani dal tradurre tutto questo in un trattamento», ha detto Cohen, aggiungendo che i risultati potrebbero aiutare a spiegare perché le malattie associate all’accumulo anomalo di proteine diventino più comuni nelle fasi avanzate della vita.